Colon irritabile: la risposta è nell’alimentazione

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L’intestino irritabile è un fenomeno in crescente diffusione e attualmente uno degli approcci più efficaci risulta quello alimentare, applicando una particolare dieta che esclude gli alimenti ricchi di carboidrati a catena corta che l’intestino tenue non può assorbire. Una volta che questi nutrienti raggiungono l’intestino denominato crasso, fermentano in presenza di alcuni batteri che li digeriscono espellendo idrogeno, metano e altri residui.

Il processo che abbiamo descritto in breve è assolutamente normale e avviene anche nei soggetti sani ma senza provocare fastidio: tuttavia in alcuni pazienti che soffrono di colon irritabile o infiammazioni intestinali, i sintomi possono generare la cosiddetta ipersensibilità viscerale.

FODMAP e colon irritabile: una dieta per ridurre i sintomi

Questo regime alimentare detto FODMAP cerca di ridurre i sintomi di gonfiore, dolore, meteorismo, nausea, bruciore ed anche ansia e depressione che caratterizzano gli stadi più severi della patologia. Ogni soggetto può sperimentare non necessariamente tutti i sintomi ma solo alcuni con un’intensità che può variare anche nel tempo.

La maggior parte di coloro che soffrono di colon irritabile non riesce a svolgere le normali attività quotidiane e la causa può essere legata a intolleranze alimentari trascurate, flora batterica patogena, infiammazioni non trattate adeguatamente. I cibi da escludere sono quelli che fermentano e contribuiscono al gonfiore e alle tensioni attraverso una massiccia produzione di molecole gassose ed inoltre richiamano acqua nell’intestino alterando la capacità di movimento dello stesso e generando stipsi o diarrea o entrambe.

Alimenti da evitare e reintrodurre gradualmente

Ecco un elenco non esaustivo degli alimenti che andrebbero evitati, dal frumento all’orzo, dalla segale al kamut, dalle lenticchie ai fagioli, dai ceci alla cipolla fino all’aglio e lo scalogno, i porri, la barbabietola, i pistacchi, i cardi, i latticini e i gelati, il mango, il cocomero, gli asparagi, lo sciroppo d’acre, il fruttosio industriale, i broccoli.. e poi ancora funghi, mele, prugne, albicocche, pesche e prodotti contenenti glicerolo.

Nella prima fase del trattamento si suggerisce di eliminare completamente questi cibi per tre o quattro settimane mentre nela seconda fase il consumo può essere ripreso seppure in modo limitato. Il progressivo reinserimento dovrebbe consentire di individuare gli alimenti che scatenano i sintomi, consentendo di pianificare adeguatamente un’alimentazione calibrata sull’individuo e sulle sue necessità. Questo tipo di dieta sta ricevendo ampia attenzione da parte dei ricercatori e degli esperti di nutrizione.

Tale regime tuttavia risulta particolarmente severo ed è importante evidenziarlo poiché essendo piuttosto limitante deve essere seguito solo in affiancamento ad un nutrizionista esperto, in modo che abbia una durata ben definita per evitare tutte le conseguenze di una dieta che soprattutto all’inizio consente di mangiare quasi solo carne, uova e pesce … e che pertanto può avviare alterazioni organiche e malnutrizione, andando anche a peggiorare potenzialmente la situazione.

Questo approccio ha siuramente molte potenzialità e ha l’obiettivo di ridurre i sintomi e migliorare la qualità della vita: risultati delle ricerche e dei test clinici dimostrano effetti positivi generalizzati su tutti sintomi tranne che per la costipazione, dovuta al fatto che le fibre sono fortemente ridotte poiché escluse per un lungo periodo, anche se tale condizione è destinata ovviamente a risolversi con la loro reintroduzione per nutrire i bifido batteri intestinali.